Il sogno di Schroder di Amity Gaige

SchroderTitolo: Il sogno di Schroder
Titolo originale: Schroder
Autore: Amity Gaige
Traduttore: Laura Noulian
Editore: Einaudi
Prezzo:  19,50€
Data di uscita:  11 febbraio 2014
Genere: romanzo
Pagine: 280 p.

Erik Schroder è apparentemente un pessimo marito e un pessimo padre. Dentro di sé forse è pieno d’amore, animato da buoni sentimenti, ma di certo fino a questo momento non ha saputo esternarli. Ora, ad esempio, è in prigione e ha deciso di spiegare con un resoconto dettagliato perché ha rapito sua figlia.
Così inzia questo bellissimo, commovente romanzo di Amity Gaige: con una lettera e una vera e propria apologia che Erik, il narratore e il protagonista della vicenda, indirizza a sua moglie Laura, da cui si è separato, per farle capire quali circostanze lo abbiano portato a reagire alla battaglia per custodia della figlia Meadow, con il rapimento della loro bimba di sei anni. Nel corso della storia, Erik rivelerà un segreto tenuto nascosto per anni che gli ha impedito di reclamare i suoi diritti di padre. Il protagonista infatti non è esattamente un self made man americano come la moglie e i loro conoscenti pensano.
Eric è abiutato a vivere nella menzogna da quando aveva quattordici anni e per essere ammesso ad un campo estivo aveva assunto un nuovo cognome, il più americano e democratico di tutti: Kennedy. Con quella nuova identità Erik ha potuto lasciare una tetra cittadina operaia – Dorchester nel Massachiusetts – si è laureato, ha trovato lavoro,  si è sposato e ha vissuto per qualche anno il suo sogno americano ad Albany, tentando di dimenticare le sue origini. Erik, difatti, non è propriamente un cittadino statunitense. Quando aveva cinque anni è scappato dalla Germania dell’Est, la DDR, con suo padre.

Leggendo l’apologia di Erik e seguendolo nel suo picaresco viaggio con Meadow in auto da Albany attraverso il Vermont, le Green Mountains, il New Hampshire fino a Boston, apprendiamo che in realtà è un padre affettuoso e disperato con un passato pesante. La figlia, intelligente a tal punto da diventare una sorta di confessore del padre, è una bimba straordinaria: forte, saggia, brillante.
In alcuni momenti di tenerezza tra padre e figlia, ci sentiamo quasi sollevati, perché Erik non è l’irresponsabile che pensavamo inzialmente. Ma Amity Gaige non ci da tregua, crea un personaggio ambiguo, oscuro al quale ci si affeziona, ma che sul più bello si dimenticaSchroder2 delle figlia dimostrandosi distratto, costringendoci a ribaltare il nostro giudizio.

Amity Gaige ci trasporta nei pensieri di Eric con una scrittura avvincente in grado di creare un personaggio a volte freddo e disposto a tutto – anche a non vedere più il padre per paura di mettere a repentaglio la nuova identità – altre volte amorevole e affettuoso con la figlia. Nonostante ciò, alla fine non possiamo fare a meno di amare il protagonista.
Come ha detto Jonathan Franzen:«La misura dello straordinario talento narrativo di Gaige sta nella sua capacità di convincerci a credere quel che non sarebbe credibile, e ad amare un protagonista che non dovrebbe essere amabile. Di rado un’idea di romanzo tanto azzardata ha trovato una voce narrante cosí irresistibile».

La vita di Erik,  il suo tentativo di realizzare il sogno americano – ostentando un perfetto inglese e inventando un’infanzia dorata in un’ immaginaria cittadina vicino a Cape Cod – , è una bolla d’illusione che scoppia quando il suo matrimonio naufraga, portando a galla i resti di un’esistenza vuota e inautentica.
L’autrice ci descrive attraverso una confessione – in stile Lolita di Nabokov – l’America degli immigrati, la  provincia operaia piena di sogni, il falso mito che la felicità sia a portata di mano in una nazione che si nutre di speranze e iprocrisie.
Ho amato molto il Sogno di Schroder sia per lo stile fresco e scorrevole dell’autrice sia per l’abilità di dipingere un personaggio fosco, a volte ossessivo ma anche tenero e in cerca di redenzione. Cosa c’è di più empatico di un uomo divorato dai rimpianti che si mette a nudo e confessa, dalla cella di una prigione, di aver sognato troppo in grande, di aver pensato che non ci fosse altro all’infuori della conquista?
Last but not least, nota di merito alla splendida traduzione di Laura Noulian.

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