Il re pallido di David Foster Wallace

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Titolo: Il re pallido
Titolo originale:
The Pale King
Autore: David Foster Wallace
Traduttore: Giovanna Granato
Editore: Einaudi Stile libero big
Prezzo:  21 €
Data di uscita: 31 ottobre 2011
Genere: Romanzo
Pagine: 714

Ultima opera, rimasta incompiuta, di David Foster Wallace, Il re pallido è ambientato negli uffici dell’ Agenzia delle Entrate di Peoria, Illinois. Il fulcro del romanzo è un tema esistenzialista: la noia, il tedio dovuto alla ripetitività delle azioni quotidiane che fa dimenticare ad un gruppo di impiegati di essere individui pensanti e consapevoli. Ecco come si svolge la vita di questi liquidatori nei grigi uffici, nelle mattine dilatate delle loro infinite settimane: «Chris “Per la tengente” Fogle gira una pagina. Howard Cardwell gira una pagina. Matt Redgate gira una pagina. Bruce Channing “Lo Splendido” allega un modulo a una pratica».

Poco succede agli impiegati dell’Agenzia delle Entrate, tra cui troviamo una versione fictional dell’autore, un David Wallace che dichiara di aver lasciato il college per un anno, periodo durante il quale ha lavorato all’Agenzia, ma che sogna di diventre un artista. Tutti i personaggi hanno traumi, nevrosi che li hanno portati negli uffici del Centro Controlli Regionale dell’Agenzia delle Entrate. Lane A. Dean Jr. ha sposato la sua fidanzata, pur non amandola solo perché era incinta, e in osservanza ai suoi principi religiosi ha deciso di provvedere alla sua famiglia. Cusk è ossessionato dal suo problema con l’eccessiva sudorazione, Meredith Rand, la bella dell’ufficio, in passato ha sofferto di autolesionismo ed è stata ricoverata in un ospedale psichiatrico, Claude Sylvanshine è ossessionato dall’esame da commercialista e ripassa di continuo le procedure e norme del Fisco.

Il romanzo, curato dall’editor di Wallace, Michael Pietsch, dopo il suicidio nel 2008, è costituito dunque da una seriepale king discontinua di scene in cui si esplora il rapporto tra uomo e la sua percezione di esistere. Del resto, la narrazione frammentata è una delle caratteristiche della scrittura post-moderna dell’autore (ne ho parlato in due post: La scopa del sistema, La ragazza dai capelli strani), che si alterna qui anche ad uno stile in alcuni punti più tradizionale e sempre efficace.
Wallace esamina l’ossessione della società americana per l’intrattenimento come forma di distrazione dalla noia, dagli abissi del vuoto interiore, dalla mancanza di passioni profonde, riprendendo quindi le teorie di Pascal sul divertissement. «L’unica cosa che ci consola dalle nostre miserie è il divertimento, e intanto questa è la maggiore tra le nostre miserie ». 

Nel re pallido la noia non genera un comportamento à là Meno di zero  di Bret Easton Ellis – i cui protagonisti ricchi & anestetizzati dal materialismo agiscono secondo l’unica regola: «Se vuoi qualcosa, prendila, Se vuoi fare qualcosa, falla» – , Wallace cerca piuttosto di far cadere la finta maschera dell’entertainment che ottunde l’America. Tolta quella, l’uomo diventa preda dell’horror vacui. Lo spleen secondo Wallace deriva dalla mancata consapevolezza di esistere, di saper godere di tutto ciò che ci circonda, di ogni atomo, di ogni particella, di ogni colore, sapore, profumo, melodia. Quando siamo consumati «dalla ripetizione, tedio, monotonia, caducità, illogicità, astrazione, confusione, noia, angoscia, ennui: ecco i veri nemici del vero eroe.» Se non ci accorgiamo del mondo attorno a noi e diamo per scontato il fatto di esistere, prima o poi arriveremo al punto in cui ci sembrerà di non avere più aria, smetteremo di respirare, la nebbia splinetica assassinerà senza pietà la nostra anima. Se ci costringiamo a prestare attenzione persino «in un lavoro di una noia sconvolgente» riusciremo a essere felici. «Si scopre la beatitudine – una gioia secondo-per-secondo + gratitudine per il fatto di di essere vivi, consapevoli… La beatitudine costante in ogni atomo». 

Il re pallido è un romanzo profondamente filosofico e epico nella sua volontà di spiegare l’origine della disperazione umana. Wallace ha evidentemente ripreso le teorie di Kirkegaard, secondo il quale la noia: «è come un’eternità senza contenuto, una profondità superficiale». L’uomo si annoia quando si dedica esclusivamente al piacere oppure a un’attività ripetitiva, cadendo così in una condizione di assoluta indifferenza.  Si tratta quindi della volontà di abbandonarsi al nulla. David Foster Wallace partendo da queste who-was-dfwconsiderazioni, esplora un tema  già discusso magistralmente in Questa è l’acqua, magnifico discorso ai (fortunatissimi) laureandi del Kenyon college: il desiderio di entrare in contatto con ciò che ci circonda, di sentire e apprezzare ogni più piccola sensazione interiore. Anche la noia del traffico, della spesa da fare dopo otto ore di lavoro, dei moduli da compilare, della fila alla posta. Così, la chiave per superare l’infinito abisso del tedio dell’Agenzia delle Entrate  è di «operare efficacemente in un ambiente che preclude tutto quanto è vitale e umano. Di respirare, per così dire, senz’aria… di trovare l’altra faccia della ripetizione meccanica, dell’inezia, dell’insignificante, del ripetitivo, dell’inutilmente complesso». Chi riesce in questo intento è un eroe, ovviamente. La noia degli impiegati è dunque il tedio che affligge universalmente l’essere umano nella sua vita ordinaria, e chi è «inannoiabile» sarà in grado di affrontare ogni cosa.

La grandezza di Wallace, anche in un romanzo non compiuto, difficile, frammentato, ancora grezzo, risiede nella sua incredibile capacità di osservare ogni più piccolo dettaglio della vita americana, di saper rendere degno di attenzione anche il più noioso degli ambienti attraverso una prosa originale e affascinante, un flusso di parole a volte molto doloroso che rapisce toccando profondamente l’animo. «L’ho imparato ad appena ventuno o ventitude anni al Centro Controlli regionali dell’Agenzia delle Entrate di Peoria…che la vita non ti deve niente; che la sofferenza assume tante forme; che nessuno terrà mai a te quanto tua madre; che il cuore umano è un fesso».

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