Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie

americana

Titolo: Americanah
Titolo originale: Americanah
Autore: Chimamanda Ngozi Adichie
Traduttore: A. Sirotti
Editore: Einaudi
Data di uscita: 23 settembre 2014
Genere: Romanzo
pagine: 458
prezzo: 20 €

Ifemelu è una ragazza fortunata. Di origini nigeriane, si è trasferita negli U.S.A., diventando un’ Americanah (In Nigeria si definiscono così, indugiando sull’ultima sillaba, le ragazze africane che hanno studiato in America e ostentano affettazioni nell’accento e nelle abitudini al loro rientro in Africa). Ifemelu frequenta Princeton, ha ideato un blog in cui scrive in modo ironico – e anche un bel po’ irriverente – di questioni razziali. Ha una relazione con un brillante afroaericano, Blaine, che non è mica il primo che capita – voglio dire, toglietevi dalla testa l’universitario tuttofeste, birra & fraternity  –, il nostro insegna a Yale. Eppure Ifemelu conserva una profonda insoddisfazione interiore che non è semplice nostalgia per la sua Africa, ma deriva da: a) l’aver constatato che la questione della blackness sia un argomento ancora irrisolto. Per quanto agli occhi degli stranieri la società americana sembri civilmente evoluta, l’integrazione rimane un sogno. b) Dal rimpianto di un grande amore, laggiù in Nigeria.
Attraverso dei flashback Chimamamanda Ngozi Adichie ci mostra la vita della ragazza a Lagos, Nigeria. Conosciamo così la zia sentimentalmente legata a un generale, il padre – che viene licenziato perché si rifiuta di chiamare il suo nuovo capo (donna) ‘Mummy’ –, le amiche, e poi Obinze, il Grande Amore conosciuto al liceo. La Cosa che spinge Ifemelu  a lasciare la Nigeria è l’insoddisfazione verso il sistema educativo africano, la speranza in una vita migliore. Ifemelu è una ragazza intelligente, vuole di più, ma decidendo di Chimamanda Ngozi Adichietrasferirsi, perde inevitabilmente qualcosa di grande, il suo Obinze, che le prometterà di seguirla presto; ma quando Ifemelu arriva negli Stati Uniti, scopre una realtà completamente diversa da quell’idea di America – costruita leggendo tanta letteratura – che Obinze adorava. Si rende conto che i giovani nigeriani istruiti vivono nel falso mito di una Manhattan dorata, accogliente, dove si può essere chi si desidera. Inzialmente Ifemelu cerca di assimilarsi alla nuova società, all’idea (una matassa di pregiudizi) di donna di colore che gli Stati Uniti hanno in mente per lei. Scopre che in America la magrezza eccessiva è un valore, e che all’affermazione «Sei dimagrita!» va risposto «Grazie» – laddove in Nigeria la perdita di peso verrebbe considerata mancanza di salute. La nostra usa delle lozioni speciali per rendere (inutilmente) la capigliatura liscia (della questione capelli, che torneranno inesorabilmente afro, parleremo tra poco), cambia il suo accento cercando di americanizzarlo. E si stupisce di come sia facile studiare in America, di come si possano passare i test con voti alti, ripetere gli esami andati male, commentare fatti senza in realtà dire nulla.
L’autrice ha dichiarato di voler  indagare su «come si impara ad essere neri in America». E il romanzo scava molto a fondo, c’è La Solitudine dell’immigrato, la paura dei bianchi americani persino della parola nero, come se fosse un’offesa. La Adichie racconta, attraverso l’esperienza di Ifemelu, l’umiliazione di vedersi trattati come una cosa inanimata (la ragazza arriva quasi alla prostituzione); sentimenti che non appartengono solo al confine americano, ma che ci riguardano tutti, ovunque, oggi più che mai. Anche l’amato Obinze lascerà l’Africa per Londra, inseguendo l’illusione di un’ Europa-Arcadia pronta a offrire tante possibilità, e come la sua Ifemelu dovrà scontrarsi con una durissima realtà.
Americanah è un libro prezioso e necessario che sradica molti pregiudizi. Bret Easton Ellis lo ha definito essenzile, Zadie Smith è rimasta colpita dalla «nitidezza della prosa. Non sembrano esserci barriere tra il lettore e i personaggi».
L’odio basato sulla diversità è un male banale: non ha motivazioni, deriva da un’ottusa, ostinata ignoranza e la Adichie ci racconta tutto questo senza retorici sermoni, semplicemente osservando Ifemelu alla ricerca della propria identità. E qui veniamo ai capelli. Sì, sì,  proprio i capelli rivestono un ruolo fondamentale nel romanzo. La prima immagine che abbiamo di Ifemelu è  mentre si reca a farsi fare le treccine afro da due donne, una senegalese e l’altra maliana. E nelle prime pagine porta con sé già un senso di disagio, di difficoltà: la protagonista deve percorrere un lungo tragitto per acconciarsi i capelli come desidera, e le donne africane che l’accolgono non riescono a suscitare quell’empatia che immaginiamo si possa stabilire solo perché sono africane.
L’autrice fa luce anche su un aspetto interessante: l’eccessiva idealizzazione di alcuni afroamericani nei confronti della terra madre, di cui Ifemelu conosce le contraddizioni. Ifemelu e Obinze peraltro sono un tipo diverso di immigrati: istruiti, intellettuali, ambiziosi, ma questo non li affranca dall’essere vittime di pregiudizio razziale né in America né in Europa.

americana 2Americanah è un romanzo commovente, con una sua visione vera dell’american life. Lo stile tradizionale, chiaro della Adichie (ho letto la versione originale) si concentra sul contenuto. Scelta che vuole privilegiare la sostanza, i personaggi e la trama senza avventurarsi nella ricerca stilistica che, come ha spiegato la scrittrice al NYT, distrarrebbe dall’argomento del libro.
Chimamanda Ngozi Adichie,  è nata in Nigeria e ha vissuto per tredici anni negli Stati Uniti. Americanah è il suo terzo romanzo; Brad Pitt ne ha comprato i diritti cinematografici e produrrà il film con protagonista Lupita Nyong.

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7 risposte a Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie

  1. ladyvanessa09 ha detto:

    Grazie, libro consigliatissimo!

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  2. Pingback: Visita al Museo: “West Africa: Word, Symbol, Song” | Translature

  3. newwhitebear ha detto:

    Concordo con te, un gran bel libro. L’ho letto e ne ho parlato nel mio blog, in maniera differente. L’unico appunto la parte finale, secondo me, che mi sarei aspettato meno didascalico e più introspettivo come le prime sei parti, che ho trovato notevoli.

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