‘Spillover’ di David Quammen

spillover

Titolo: Spillover
Titolo originale:
Spillover. Animal infection and the Next Human Pandemic
Autore: David Quammen
Traduttore: Luigi Civalleri
Editore: Adelphi
Prezzo:   € 29 euro
Data di uscita: 27 giugno 2006
Genere: Saggio
Pagine: 608 pp.

Mentre scrivo il primo medico italiano infettato dal virus dell’ebola in Sierra Leone è appena arrivato all’Ospedale  Spallanzani di Roma. Esiste del personale specializzato e addestrato pronto a prendersi cura del paziente. Nulla di cui preoccuparsi, dunque, non è il caso di farsi prendere dal panico e di non accettare dei bimbi a scuola, come è successo a Fiumicino poche settimane fa, solo perché rientravano da un viaggio in Africa. Il contagio, le zone a rischio sono controllate e limitate. L’unica cosa che dovremmo fare realmente è informarci, perché la lettura e la conoscenza, in questo caso, sono il miglior antidoto al panico da ebola. Spillover, meraviglioso saggio che indaga sull’origine e il futuro delle epidemie, dovrebbero distribuirlo come vaccino per creare anticorpi contro il virus dell’ignoranza e della paura che ne consegue.

Letteralmente spillover significa “tracimazione”. Nel potentissimo libro dello scrittore scientifico David Quammen il termine indica il passaggio di un patogeno  da una specie ospite a un’altra. Così avviene la zoonosi: il manifestarsi di una malattia infettiva nell’uomo per trasmissione da un virus latente in un’altra specie animale. Quammen ci spiega che l’ebola, la legionella, la peste bubbonica, la poliomelite, l’antrace, la malaria, l’AIDS sono appunto zoonosi; ne traccia l’origine dei primi focolai e ripercorre gli studi scientifici che hanno portato a debellare alcune infezioni o se non altro a controllarle. Quammen ci racconta chi sono i cacciatori di virus, tutti quei medici che negli anni hanno dedicato la loro vita a studiare questi terribili virus nel tentativo di trovare vaccini, mettendo a repentaglio la loro salute in nome del progresso scientifico.
Il risultato è un saggio scritto con grande intensità, forza e capacità narrativa tanto da appassionarci come un romanzo, perché il vero protagonista è l’uomo con il suo senso di precarietà in un mondo di cui fanno parte in modo naturale milioni di patogeni, molti dei quali a noi sconosciuti, nascosti ovunque: nell’erba, in un’ apparentemente innocua zanzara, nei pipistrelli della frutta, nell’acqua contaminata che scorre nelle tubature di molti hotel e normalissime abitazioni.
Spillover  è un saggio avvincente e affascinante, uno dei più bei libri che abbia letto quest’anno; ci ricorda semplicemente che studiare e conoscere ci può aiutare a diventare esseri umani migliori, che è inutile rimanere in balìa sei sentimenti come la paura, perché esiste un solo modo per contrastarla ed è conoscere ciò che ci minaccia, sapere quali precauzioni prendere, nei limiti del possibile; solo così saremo in grado di combattere le prossime pandemie, perché come ci avverte David Quammen: «Siamo davvero una specie animale, legata in modo indissolubile alle altre, nelle nostre origini, nella nostra evoluzione, in salute e in malattia».

Spillover fa luce su un aspetto fondamentale: l’abuso di risorse naturali, lo sfruttamento e l’intervento massiccio dell’uomo sulla natura fino a modificarne i ritmi – a sconvolgerne l’intero sistema – è solo un atto violento, arrogante e controproducente: «Come fanno questi patogeni a compiere il  salto dagli animali agli uomini e perché sembra che ciò avvenga con maggiore frequenza negli ultimi tempi?… Da un lato la devastazione ambientale causata dalla pressione della nostra specie sta creando nuove occasioni di contatto con i patogeni, e dall’altro la nostra tecnologia e i nostri modelli sociali contribuiscono a diffonderli in modo ancora più rapido e generalizzato».
L’uomo dunque è il primo colpevole, il vero responsabile morale di ogni attuale e prossima epidemia. Cosa dobbiamo aspettarci da l futuro, come prepararci?
Spillover è un viaggio avventuroso, spietato e avvincente nel cuore di tenebra del nostro futuro.

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Racconti di cinema: Tradurre Dalia Nera & Rosa Bianca di Joyce Carol Oates

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Titolo: Racconti di cinema
A cura di: E. Morreale, M. Pierini
Autori: AA.VV. (tra cui J.C. Oates, D. Starnone, M. Soldati, D. DeLillo, R. Bolaño, I. Némirovsky)
Traduttori: vari (V.Valentinuzzi, F. Aceto, C. Durastanti)
Editore: Einaudi
Data di uscita: 18 novembre 2014
Genere: Antologia di racconti
pagine: 407
prezzo: 22 €

Dalia Nera & Rosa Bianca è un meraviglioso racconto di Joyce Carol Oates, – all’interno della raccolta Racconti di cinema, curata da Emiliano Morreale e Mariapaola Pierini – che ho avuto la fortuna di tradurre per Einaudi. Per me è stato un vero onore perché si tratta di una magnifica autrice. Ma è stata anche una sfida: la scrittura della Oates è fatta di periodi lunghi, frammentati al loro interno da numerosi incisi. Inoltre, le voci narranti del racconto sono ben tre, con tre personalità distinte, che raccontano la versione dell’omicidio dell’aspirante attrice Elizabeth – “Betty” – Short,  nota come la Dalia Nera. La Oates è dunque partita da un fatto di cronaca, immaginando cosa possa essere accaduto ad una ragazza di vent’anni ritrovata a pezzi in un campo desolato, una mattina di gennaio del 1947 .
Chi di voi ha letto il libro di James Ellroy sa di cosa sto parlando: la polizia di Los Angeles lavorò duramente per risolvere il caso, ma il colpevole del macabro assassinio non fu mai scoperto. Le pagine dei giornali si riempirono di foto, pettegolezzi/ipotesi sull’omicidio per lungo tempo, dato che il caso mostrava il lato glam & oscuro di Los Angeles – la vita della ragazze che inseguivano il dorato mondo hollywoodiano poteva essere falcidiata crudelmente in una sola sera.
La prima voce narrante è di K. Keinhardt, cinico fotografo creato dalla Oates sul modello di tre  famosi colleghi realmente esistiti che lanciarono sul mercato i calendari, inventando le pin-up. La seconda è quella di Norma Jeane Baker, ovvero la meravigliosa Marilyn Monroe prima di diventare Diva. La Oates si lascia dunque affascinare da una leggenda metropolitana sulla Dalia Nera e ipotizza che le due ragazze – mentre si davano da fare per partecipare a casting e mantenersi – fossero compagne di stanza in una lussuosa villa di un noto produttore. La terza voce è proprio quella della Dalia Nera che, da un immaginario oltretomba, ci racconta cosa le accadde, svelando persino l’identità dell’assassino.

oatesTrovare il tono giusto per ogni personaggio in una storia noir narrata in stile postmoderno è stata dunque la prima sfida: Norma Jeane e Elizabeth sono due ragazze di umili origini che hanno lasciato presto gli studi; la prima è tenera, ingenua & infantile, ma anche seria e disciplinata (non salterebbe mai le sue lezioni di recitaizione e danza); la seconda è mondanissima e più smaliziata all’apparenza, ma con delle ferite interiori che la rendono fragile come la sua ‘amica’ (c’è un po’ di invidia/risentimento tra le due, come vedrete). La Dalia Nera è anche un bel po’ arrabbiata perché, per colpa di un folle, non ha avuto neanche l’occasione di vedersi sul Grande Schermo.
Ho deciso  di mantenere il più possibile questi tratti distintivi nella scelta delle frasi, rispettando anche la punteggiatura originale (pochissime virgole o punti, come se i personaggi si stessero sfogando, parlando tutto d’un fiato, usando frasi spezzate, sconvolti dall’orrendo crimine perpetrato sull’innocente Betty).
Il fotografo, invece, ha una sfumatura di voce narrante tipicamente noir e rappresenta perfettamente il cinico artista frustrato di Hollywood, a cui importano solo soldi & successo. Nel suo caso ho tradotto termini come Fifty bucks con  ‘cinquanta verdoni’ mantenendo un tono un po’ rétro, perchè lui è un tipo che parla così:«Ragazze giovani a corto di denaro per vivere e uomini più grandi con i soldi – a L.A. – bella combinazione, eh? È stato così e sempre lo sarà – è la natura umana & la base della Civiltà».

Mi sono talmente appassionata alla storia della Dalia Nera che sono andata a leggere ogni cosa che ho trovato in rete, anche dei documenti dell’FBI. E grazie a questo racconto, ho scoperto moltissimo anche su Marylin, passando serate intere a leggere interviste finché non mi è sembrato di conoscerle, queste due ragazze. Alla fine della traduzione, mi è capitato addirittura di sognare Betty Short. So cosa state pensando: è davvero utile questo esercizio di documentazione? Vi rispondo citando la grandissima traduttrice Susanna Basso: a volte è giusto concedersi il lusso di esplorare i personaggi perché «ci si cala nei buchi profondi della scrittura». La traduzione non è una scienza, non è una corrispondenza tra parola e parola;  a volte il tono, lo stile, la voce narrante si trovano perdendosi nella storia.
Un altro scoglio grande è stato l’uso dei verbi: in inglese si risolve tutto con il passato remoto, in italiano a volte abbiamo bisogno del passato prossimo. Dopo le prime stesure mi sono accorta che avevo usato il passato prossimo in troppi casi, e ho riportato di nuovo tutto al passato remoto, tranne in un paio di eccezioni. (Grazie alla bravissima, preziosa Federica Aceto che con un bel post sul suo blog mi ha aiutato a riflettere sull’argomento).

Infine, un’altra cosa geniale della Oates è stata tratteggiare una Los Angeles oscura, spaventosa. Dal racconto di Betty scaturisce un senso di minaccia strisciante in tanti piccoli dettagli, parole che contribuiscono a creare un’atmosfera di pericolo e disagio. Un termine sul quale mi sono soffermata a questo proposito è «glittery glasses» usato per descrivere gli occhiali di un misterioso uomo che un giorno avvicina la Dalia Nera offrendole un passaggio in auto. Inizialmente ho pensato di tradurre con qualcosa tipo occhiali scintillanti/luccicanti Ma in revisione ho optato per un più creativo riverberanti.
Immaginate la Dalia Nera. Sta uscendo dallo studio fotografico, indossa un vestito attillato e tacchi alti. Su di lei il sole bianco, accecante di Los Angeles talmente intenso che le fa lacrimare gli occhi. Un uomo dall’aspetto elegante, la macchina pulitissima, le scarpe perfettamente lucidate, il colletto inamidato, le offre un passaggio: «& quando lo vidi, gli occhiali riverberanti come quelli di un politico o di una personalità pubblica, il sorriso teso ma educato, mi balenò un pensiero Questo qui è benestante & affidabile – & forse mi venne in mente Questo qui è benestante & può essere gestito, da Betty Short».
Ma quanto si deve sentire il traduttore nella frase, fino a che punto si può/deve essere creativi? A dirvi la verità temevo che la matita rossa dei fantastici revisori Einaudi (che ringrazio vivamente) si abbattesse sul mio povero aggettivo, ma per fortuna è piaciuto e ci ha evitato di ripetere troppe volte termini come ‘splendente’ o ‘luccicante’ che riccorono nel testo. Insomma, non c’è una formula, ogni volta bisogna cercare il giusto compromesso tra l’originale e l’idioma di arrivo.

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‘A pesca nelle pozze più profonde’ di Paolo Cognetti

 

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Titolo: A pesca nelle pozze più profonde
Autore: Paolo Cognetti
Casa editrice: Minimum Fax
Genere: saggio
Pagine: 130
Data di uscita: 23 ottobre 2014
Prezzo 13 €

Luogo/data: Roma, lunedì 10 Novembre, ore 9.30. Sala d’aspetto della Dott.ssa D’A***, medico chirurgo specialista in odontostomatologia.

Se siete curiosi di sfogliare il taccuino privato di uno scrittore e rubare qualche segreto, troverete preziosissimi consigli e grandissima soddisfazione nel leggere A pesca nelle pozze più profonde; imperdibile ultimo libro di Paolo Cognetti, composto da una serie di riflessioni sull’arte del racconto, sui Grandi Scrittori Americani, ma anche da personali aneddotti sulla sua vita di autore in cerca di costruire storie. Comprendiamo, attraverso le sue annotazioni, che la scrittura è un viaggio solitario, senza un tempo definito. Cercare storie e personaggi è un po’ come immergersi in acque profonde, scure e insidiose, tentando continuamente di orientarsi – ci sono voluti cinque anni, ad esempio, per completare Sofia si veste sempre di nero, la precedente raccolta di racconti dell’autore – anche grazie all’eredità lasciata dai grandi narratori esaminati in queste splendide pagine.
Paolo Cognetti ci accompagna così in un’affascinante, emozionante esplorazione nel cuore di alcuni capolavori di Salinger, Carver, Hemingway, Fitzgerald, Hawthorne, David Foster Wallace¹, D’Ambrosio, Andre Dubus, Melville, Cheever, Flannery O’Connor, Alice Munro e Grace Paley, facendocene innamorare di nuovo attraverso la sua intrigante chiave di lettura. L’autore sceglie la metafora della pesca a mosca per ribadire che la scrittura non è altro che il tentativo di cercare storie dentro le acque più profonde, dove abita il mistero, dove si nascondono personaggi e racconti che, se abbiamo un po’ di fortuna, riusciremo a intraverdere e catturare. Scrivere un racconto significa porsi delle domande, innamorarsi di un personaggio, fotografarlo con le sue ombre e luci, conoscerlo lentamente, scavare nel suo passato. E, soprattutto, significa imparare ad ascoltare ma anche a coltivare un sentimento che ci nobilita non solo come scrittori, ma come esseri umani: la compassione. E per Paolo Cognetti l’autore più icastico in questo senso è Raymond Carver. A proposito del racconto Una cosa piccola ma buona – in cui un pasticcere offre conforto a una coppia che ha perso il figlio accogliendola, ascoltandola e offrendo i suoi dolci – , Cognetti scrive un meraviglioso passaggio, che vi invito caldamente a leggere, di cui riporto solo un breve frammento: «Se la disperazione è nel silenzio… la compassione è nell’ascolto… Un personaggio si ama ascoltandolo e offrendogli il poco che sappiamo fare: se non una torta, un racconto scritto onestamente può andar bene».

Affrontare la pagina bianca obbliga a fare i con se stessi, con la propria memoria, e con la coscienza, che spesso è uno specchio severo: in certi giorni riflette solo incertezze, e se ti parla è solo per ripeterti che la storia che hai in mente l’ha già scritta qualcun altro, e probabilmente molto meglio di te. Con simili cupi pensieri, lato oscuro di questo mestiere, scrivere in certe giornate è quasi impossibile. Per fortuna a volte capita che uno scrittore decida di scrivere un interessantissimo libro (la mia copia è quasi interamente sottolineata!) con delle splendide meditazioni sugli autori a cui vuole bene, includendo una serie di preziose domande da porsi quando si scrive e un invito a tenere a bada i dubbi, recuperando la capacità di meravigliarsi: «Per cominciare a mettere una parola dopo l’altra, seguirle e vedere dove ti portano, devi essere capace di fartene meravigliare: e raccontare una storia come se fossi il primo in questo mondo a farlo».
A pesca nelle pozze più profonde – bellissimo saggio corredato da quattro appassionanti racconti in cui l’autore riprende Sofia, la protagonista della sua ultima raccolta – è uno di quei libri che ti conquista il cuore, che hai voglia rileggere e tenere sempre sul comodino (accanto a On writing di Stephen King). A me ha dato coraggio per scrivere, persino qui, nella sala d’aspetto della Dott.rssa D’A***, medico chirurgo specialista in Odontostomatologia.
Tocca a me ora. Ciao.

Nota 1: Cognetti parla di una cosa che si chiama E’ tutto verde, ma anche di Per sempre lassù, racconti splendidi contenuti rispettivamente in La ragazza dai capelli strani e Brevi interviste con uomini schifosi.

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Guarigione di Cristiano de Majo

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Titolo: Guarigione
Autore: Cristiano de Majo
Editore: Ponte alle Grazie
Data di uscita: 23/10/2014
Pagine:241
Genere: memoir
Prezzo:16,50

La vita può far male in un milione di modi, inaspettatamente; nessuno di noi sa bene perché, crescendo capiamo che accade e basta. Però – e per fortuna c’è un però – si può guarire, o meglio  cercare la guarigione in tanti modi, ogni istante. I pessimisti staranno già scuotendo la testolina cinica, quelli che invece vedono il bicchiere mezzo pieno (tipo il protagonista del libro Guarigione di Cristiano de Majo) annuiscono pensando a una recente guarigione da qualche delusione affettiva o lavorativa. E qui veniamo al punto: guarigione da cosa esattamente? Il narratore di questa storia è proprio Cristiano de Majo; l’Autore ci spiega coraggiosamente la sua esperienza con tante guarigioni, mettendosi in gioco sia stilisticamente che umanamente, raccontandoci le perdite e gli abbandoni, la malattia e il modo in cui ha cercato di affrontare il dolore. «Dopo i primi controlli avevo iniziato a pensare che non si guarisce mai per sempre, che tutti noi viaggiamo da una guarigione all’altra, e persino che la guarigione fosse una forma di occultamento temporaneo». Ma soprattutto de Majo ci racconta in modo commovente la paternità: la scoperta di un legame profondissimo – di una forza inaspettata non più esclusiva dell’universo femminile –,  con i suoi gemelli, che rivoluziona tutta la sua vita: dai ritmi poco-sonno-tanta-veglia al grande senso di responsabilità che la paternità comporta.
Nel libro ci sono anche altre guarigioni: quella dalle ferite derivate dal divorzio dei genitori, dalle difficoltà economiche – così è per tutta la nostra generazione, per cui vivere di scrittura significa essere costretti alla Vita Agra di bianciardiana memoria. E poi il centro del testo, la speranza di guarigione di uno dei gemelli nato con una rara malattia della pelle, l’epidermolisi bollosa.
Sentirsi pronti e in dovere di proteggere la propria prole e scontrarsi invece con un senso di impotenza devastante di fronte alla malattia diventa una grande frustrazione dalla quale i genitori protagonisti cercano di guarire in modo diverso e conflittuale. Detestano, ad esempio, l’idea di separarsi dal figlio malato, ma dopo i primi giorn di vita sono costretti a lasciarlo nel nido dell’ospedale per accertamenti: «Non poteva restare lì da solo, doveva per forza essere in mezzo a noi. Ci saremmo occupati noi di lui, dicemmo, ritornando in stanza affranti e laciandolo invece solo».

Tramonto su L.A. di Cole Younger

Tramonto su L.A. Foto di Cole Younger

Rapido stacco su un altro protagonista del romanzo: Il Tempo. Il narratore lo rende una materia malleabile, la memoria ripercorre i suoi spensierati anni a Roma, le frequentazioni nel milieu di aspiranti scrittori, le notti infinite nei locali, l’inizio della relazione con la sua compagna, il ritorno a Napoli, un viaggio come guarigione emotiva in California seguendo le indicazioni della guida Lonely Planet (una parte del romanzo che ho amato particolarmente). Insomma, un tempo perduto che in modo intermittente ritorna nel libro sottolineando un cambiamento nel protagonista: la consapevolezza della responsabilità nei confronti dei figli – che diventa, quasi per naturale estensione, un dovere morale verso i più bisognosi incontrati per motivi di lavoro. Il senso di colpa, l’ombra dell’imperfezione del nostro Dna che si ripercuote sui figli, e la luce della speranza si alternano nella vita di un adulto, non più solo figlio ma padre.
Ricordi, pensiero magico, digressioni (su David Foster Wallace, Stephen King, Luciano Bianciardi)  si intrecciano grazie a una voce narrativa ineccepibile, che dimostra grande controllo, misura nell’armonizzare cose diverse come il reportage, il saggio e il memoir. Ogni passaggio è perfettamente fluido, anche se lo stile cambia: è ricco e dettagliato nelle parti saggistiche e si fa, per evidente scelta, più asciutto quando de Majo affronta il dolore, le speranze di guarigione del figlio, descrivendo un atlante di emozioni molto toccante.
Guarigione lo definirei un libro postfiction, tanto per ribadire che la letteratura, soprattutto quella americana, sta abbattendo vecchi confini, dirigendosi verso forme ibride (cahier de voyages, flusso di coscienza, nonfiction che l’Autore fonde in modo naturale con l’autobiografia) estremamente interessanti, mi riferisco in particolare a 10:04 di Ben Lerner di cui vi ho parlato qui.
Cristiano de Majo è riuscito a scrivere di sé senza cedere al narcisismo né tentare di nascondere la parte meschina che tutti coviamo nel nostro animo. Il libro si regge sulla forza della scrittura con cui l’autore riesce a parlare di cose delicate/private, impresa che spaventerebbe molti autori. Ma la maturità di uno scrittore si misura anche dalla capacità di mettere la propria vita a servizio della letteratura come in questo potentissimo memoir.

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Democracy di Joan Didion

democracy

Titolo: Democracy
Titolo originale: Democracy
Autore: Joan Didion
Traduttore: Rossella Bernascone
Editore: Edizioni E/O
Data di uscita: 17 settembre 2014
Genere: Romanzo
pagine: 166
prezzo: 14, 50 €

Perché mi sono innamorata di Joan Didion? Sentite qui: «La luce dell’alba durante i test nel Pacifico era qualcosa da vedere… Il cielo era di un rosa che nessun pittore avrebbe potuto riprodurre». Così si apre il quarto libro della scrittrice americana, pubblicato per la prima volta nel 1984 in America. Voglio essere sincera con le persone che stanno leggendo questo post: dopo un approccio difficile con J. D., ora non posso più fare a meno di lei. L’immagine di un cielo rosa in un mondo impazzito e crudele, è una cosa che mi commuove e che probabilmente si apprezza soprattuto quando si rilegge.
Siete avvertiti: la sensazione che vi lascerà Democracy non sarà per nulla confortante. La Didion, come tutti i Grandi Autori, parla di cose brutte & scomode, che ci fanno paura e non vorremmo accadessero mai.
Però accadono. E allora, per non impazzire, bisogna tentare di capire.
Cosa c’entra tutto questo con la democrazia evocata dal titolo? Proviamo a cercare una spiegazione.

joan-didions-quotes-7 A raccontarci la storia è la Didion stessa in un sublime gioco letterario postmoderno di metafiction in cui la scrittrice non diventa un vero e proprio personaggio, ma è la narratrice. «Chiamatemi l’autore», afferma con echi alla letteratura classica americana (allusione al «Chiamatemi Ismaele», incipit di Moby Dick). La Didion si dichiara amica della protagonista, la super glam Inez Victor – moglie del senatore democratico Harry Victor – che intrattiene una relazione con un agente della CIA, Jack Lovett. Joan Didion dunque ci racconta di aver cominciato a ripensare a Inez e Jack nel 1975 mentre insegnava a Berkley, ma di non sapere che tipo di romanzo desideri scrivere. Ciò che leggeremo è la storia della vita sia privata sia pubblica di Inez, che come moglie di un aspirante candidato alla Presidenza degli Stati Uniti deve dedicarsi a vita mondana e raccolte fondi continue; però la donna avverte il grave peso del suo ruolo: «il prezzo più alto della vita pubblica? La memoria». Insoddisfatta della sua situazione, Inez è divisa tra suo marito – uomo cinico, infedele, freddo e ambizioso – e Jack: sensibile, avventuruoso, complesso e imprevedibile.
Ambientato tra Honolulu e il Sud-est asiatico Democracy copre un arco di tempo che va dagli anni ‘50 ai ’70, seguendo lo stile frammentato e non lineare di cui vi ho parlato in Diglielo da parte mia. Ci racconta un’America folle sullo sfondo della guerra in Vietnam, in cui le tragedie personali di Inez si intrecciano con la grande storia.  Il folle padre di Inez uccide sua sorella e un deputato democratico, Wendell Omura; Jessie, la figlia, scappa a Saigon costringendo Inez a prendere una decisione drastica riguardo al suo matrimonio e alla storia con Jack e  a riesaminare la propria coscienza.

Torniamo alla democrazia: per la Didion è una parola vacua dietro alla quale sidemen nascondono corruzione e nefandezze di ogni tipo nel mondo politico. È diventato un concetto astratto sfruttato solo per ottenere il consenso pubblico, i politici che inneggiano alla democrazia adottano uno stile di vita falso in cui il reale interesse per il bene dell’umanità è assente.
Forse la soluzione (utopica? Spero di no!) è nella scelta individuale: nel credere come Inez in una coscienza globale in cui tutti cerchiamo di applicare un pensiero democratico e ci adoperiamo per aiutare chi sta peggio di noi.

Il libro ha una struttura enigmatica, complessa. Insomma per leggere la Didion bisogna impegnarsi, tenere botta e collegare bene le sinapsi, entrare nel suo modo ‘scomposto’ di vedere le cose, ma in cambio vedrete sempre meravigliosi, infiniti cieli rosa sopra questo mondo fatto di virus letali e teste tagliate che a confronto (la favolosa serie) Walking Dead è una favoletta. O forse viviamo già in una puntata di Walking Dead?

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Diglielo da parte mia di Joan Didion

downloadTitolo: Diglielo da parte mia
Titolo originale: A Book of Common Prayer
Autore: Joan Didion
Traduttore: Adriana Dell’Orto
Editore: Edizioni E/O
Data di uscita: 23 ottobre 2013
Genere: Romanzo
pagine: 267
prezzo: 15 €

Terzo libro della Didion, pubblicato per la prima volta nel 1977, Diglielo da parte mia (nella traduzione di Adriana Dell’Orto) è la storia di Charlotte Douglas, affascinante quarantenne sposata ad un avvocato di successo di San Francisco, Leonard Douglas, invischiato nel traffico internazionale di armi. Charlotte ha una figlia, Marin – nata da una precedente relazione – , che prende parte ad un attentato insieme ad un gruppo terrorista. I federali la identificano, ma la ragazza fugge. La madre parte alla ricerca disperata di Marin e finisce a Boca Grande, sperduta città dell’America Centrale. Ma, oltre al dolore per il destino della figlia, Charlotte deve affrontare il matrimonio in crisi con Leonard, e il rapporto irrisolto con il primo marito, Warren.
Tragedia personale e corruzione sociale sono al centro del romanzo la cui narratrice è Grace Strasser-Mendana, l’altra norteamericana di Boca Grande, un’antropologa sessantenne originaria di Denver che ha sposato il figlio della famiglia politicamente più influente della zona. La cosa interessante e destabilizzante è che Grace è una narratrice inaffidabile –  come Nick Carraway in Il grande Gatsby – , ammette di non essere una testimone fedele della storia di Charlotte, dando vita ad un romanzo sulla memoria intermittente. E nel tentativo di Grace di ricomporre dei ricordi non si può non sentire l’eco di Proust – altro indizio: la Didion chiama Jockey Club un locale di Boca Grande, proprio come l’elegante circolo di cui è membro Swann nella Recherche.

didion 2La Didion ha dichiarato in un’intervista di essersi voluta concentrare su cosa accade a dei ragazzi ai quali i genitori non hanno insegnato le regole sociali. E la figlia diciottenne di Charlotte è l’emblema di una generazione  che improvvisamente avverte il bisogno di rivoluzione, ma sa solo opporsi in modo violento al sistema con rabbia e crudeltà verso l’ambiente borghese in cui ha vissuto. Charlotte, cresciuta in un ambiente rassicurante della media borghesia, è una donna ingenua che non ha mai avuto un vero dialogo con la figlia e non riesce inzialmente a capire come Marin possa essere diventata una terrorista ricercata dall’FBI (vent’anni dopo ritroveremo lo stesso dramma in Pastorale Americana di Philip Roth). La Didion da sempre attratta dalla stupidità e dalla crudeltà, ha voluto raccontare, come ha scritto Martin Amis, la Geat Californian Emptiness – una società ricca di contrasti dove convivono le star di Hollywood e i serial killer, il lusso di Beverly Hills e i quartieri poveri e violenti come Inglewood. Uno Stato ambiguo in cui già a fine anni ‘70 il numero dei divorzi è il doppio della media nazionale, dove dilagano ferocia, ignoranza, omicidi senza motivo, genitori che danno peyote e LSD ai figli.

L’atteggiamento di Charlotte verso la politica rappresenta il lato naïf della California, la protagonista ha sempre creduto che i mali della società si sarebbero aggiustati miracolosamente in qualche modo da soli, e che alla fine vincono i buoni. Invece, Charlotte finisce a Boca Grande, località senza storia, capitale di un governo instabile.

Joan Didion in una foto di Julian Wasser del 1972

Joan Didion in una foto di Julian Wasser del 1972

Il mondo è arido in questo ambizioso romanzo della Didion; ironia e scetticismo dominano la prosa in un racconto aspro sulla fine delle illusioni. Non c’è spazio per la felicità: Charlotte ama disperatamente sua figlia ma non è ricambiata, Grace sta morendo di cancro, l’amore sia con Leonard che con Warren è impossibile. La morte incombe sulla storia fin dalla prima pagina. E anche la tragedia più grande viene raccontata senza indugiare nel sentimentalismo. Nulla è esplicito, lo stile della Didion gioca sul non detto, sulla narrazione asciutta che segue una struttura non lineare. Il mondo è violento, impazzito, e la prosa che ce lo racconta è frammentata, piena di ripetizioni, i dialoghi surreali. Disillusione e follia perseguitano Charlotte, innocenza e male si scontrano e nessuna preghiera, né speranza riescono a salvarla o a ricostruire la sua vita; il titolo del libro si riferisce all’unica sorta di privata preghiera ripetuta  dalla protagonista: «Dì a Marin che si sbagliava. Diglielo da parte mia».
A breve uscirà una versione cinematografica diretta da Campbell Scott con Christina Hendricks (la bravissima, bellissima protagonista di Madmen) nel ruolo di Charlotte Douglas.

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Io sono Jonathan Scrivener di Claude Houghton

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Titolo: Io sono Jonathan Scrivener
Titolo originale: I am Jonathan Scrivener
Autore: Claude Houghton
Traduttore: A. Ricci
Editore: Castelvecchi
Data di uscita:  24 settembre 2014
Genere: Romanzo
pagine: 277
prezzo: 18 €

Confesso: come molti di voi ho un debole per i libri dimenticati. Non per atteggiamento snobistico nei confronti dei best seller, ma perché sono quasi sempre ingiustamente dimenticati dal Mercato, e invece riservano grandi sorprese. E poi, quanto è appagante la sensazione di scoprire un vecchio libro. Sembra quasi di averlo tirato fuori dalla soffitta letteraria, soffiando via polvere e ragnatele! In questo caso, il repêchage è merito in primis di Castelvecchi che ha ripubblicato Io sono Jonathan Scrivener di Claude Houghton (traduzione di Allegra Ricci), romanzo accolto subito favorevolemente da Gian Paolo Serino che ne ha scritto qui.
Ma chi è Jonathan Scrivener? Be’, spiegarlo è un problema persino per il trentanovenne inglese protagonista del libro: James Wrexham. E’ un tipo solitario, figuratevi che ha un noiosissimo lavoro e nel tempo libero ha scelto di starsene per i fatti suoi; peraltro non ha praticamente amici ed è anche orfano. Un giorno, leggendo il Times, nota un annuncio di lavoro nel quale si cerca un segretario per il facoltoso signor Jonathan Scrivener. Risponde candidandosi alla posizione ed ecco che accade una cosa incredibile – nel nostro paese oggi & anche nell’Inghilterra degli anni ‘30 in cui è ambientato il romanzo. Durante il colloquio a Londra, presso lo studio legale che rappresenta Scrivener, l’avvocato gli chiede quale stipendio desideri per la sua nuova occupazione, e gli comunca che è assunto senza neanche dover incontrare il suo «eccentrico… brillante, con eccellenti doti intellettuali» datore di lavoro. Jonathan Scrivener, difatti è dovuto partire all’improvviso per Parigi, ma James avrà accesso illimitato alla sua casa in Pall Mall con ottima cuoca, al suo palchetto a teatro, a uno stipendio favoloso; riceverà gli amici di Scrivener, potrà usufruire del sarto, e il suo lavoro consisterà nel curare la corrispondenza e catalogare la biblioteca. Strano, vero? E’ quello che pensa anche Wrexham.
Il romanzo comincia a seguire un sentiero psicologico inquietante, a far sorgere domande metafisiche sull’identità. Jonathan Scrivener è un uomo misterioso e Wrexham capirà pian piano, frequentando i suoi molti e bizzarri amici, che probabilmente ha una personalità ambigua: alcuni lo dipingono come un misogino, altri come un mancato attore, taluni come un uomo con un talento artistico mai sfruttato sino in fondo, qualcuno come un cinico. Insomma, James si incuriosisce e vuole assolutamente sapere quale sia la vera natura di Scrivener. Inizia a indagare trascurando un po’ il suo lavoro e accoglie agli amici del padrone di casa nello studio/biblioteca (pieno di libri di ogni genere, emblema della personalità eclettica di Scrivener), che si trasforma in una sorta di salon in cui si discute solo del Grande Assente, avanzando ipotesi sull’identità di Scrivener. E la cosa intrigante del libro è che sembra quasi che Scrivener osservi in segreto i suoi ospiti, e Wrexham in particolare, come se fossero parte di un suo inspiegabile gioco, di un esperimento psicologico. 

Una figura ambigua quella di Scrivener, di cui tutti parlano ma che è multiforme, inetichettabile, diverso agli occhi di tutti: leggendario e oscuro, sembra ricordare il misterioso Kurtz in Cuore di Tenebra. Qual è la vera natura di Scrivener? E’ la domanda che muove J T 2la vita di Wrexham, spingendolo ad agire, a frequentare la vita. Proprio lui che ha sempre vissuto da spettatore, ora si imbarca in una ricerca in compagnia di un’altra presenza enigmatica: Francesca Bellamy, affascinante vedova miliardaria e molto glam il cui marito è morto suicida in misteriose circostanze.
L’assenza di Scrivener in realtà riempie il romanzo, lo rende continuamente presente nei discorsi di chi lo conosce; pur non comparendo mai Scrivener diventa il deus ex machina della storia, un manipolatore incorporeo che induce il protagonista a cambiare stile di vita, a pensare diversamente. Dove porterà l’indagine di Wrexham, come reagirà la sua mente? Forse lui e i suoi amici hanno esasperato l’immagine di Scrivener?

Claude Houghton ha anticipato il thriller psicologico, scavando nella solitudine e nelle nevrosi dell’uomo moderno in un mistery intricato, metafisico e paranoico che ricorda, come ha scritto il critico americano Michael DirdaCittà di vetro di Paul Auster – in particolare per il rapporto tra realtà/identità e per l’atmosfera sospesa, in cui tutto potrebbe accadere.
Io sono Jonathan Scrivener, quarto libro dello scrittore inglese considerato il suo miglior lavoro, fu un best seller. Ricevette il consenso di autori come Hugh Walpole, P.G. Wodehouse, e più tardi di Graham Green e Henry Miller di cui potete leggere la prefazione in questa edizione. Humour e indagine piscologica, dubbi continui, epifanie del protagonista si intrecciano dando vita ad un romanzo filosofico dall’intrigante côté ombroso.

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Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie

americana

Titolo: Americanah
Titolo originale: Americanah
Autore: Chimamanda Ngozi Adichie
Traduttore: A. Sirotti
Editore: Einaudi
Data di uscita: 23 settembre 2014
Genere: Romanzo
pagine: 458
prezzo: 20 €

Ifemelu è una ragazza fortunata. Di origini nigeriane, si è trasferita negli U.S.A., diventando un’ Americanah (In Nigeria si definiscono così, indugiando sull’ultima sillaba, le ragazze africane che hanno studiato in America e ostentano affettazioni nell’accento e nelle abitudini al loro rientro in Africa). Ifemelu frequenta Princeton, ha ideato un blog in cui scrive in modo ironico – e anche un bel po’ irriverente – di questioni razziali. Ha una relazione con un brillante afroaericano, Blaine, che non è mica il primo che capita – voglio dire, toglietevi dalla testa l’universitario tuttofeste, birra & fraternity  –, il nostro insegna a Yale. Eppure Ifemelu conserva una profonda insoddisfazione interiore che non è semplice nostalgia per la sua Africa, ma deriva da: a) l’aver constatato che la questione della blackness sia un argomento ancora irrisolto. Per quanto agli occhi degli stranieri la società americana sembri civilmente evoluta, l’integrazione rimane un sogno. b) Dal rimpianto di un grande amore, laggiù in Nigeria.
Attraverso dei flashback Chimamamanda Ngozi Adichie ci mostra la vita della ragazza a Lagos, Nigeria. Conosciamo così la zia sentimentalmente legata a un generale, il padre – che viene licenziato perché si rifiuta di chiamare il suo nuovo capo (donna) ‘Mummy’ –, le amiche, e poi Obinze, il Grande Amore conosciuto al liceo. La Cosa che spinge Ifemelu  a lasciare la Nigeria è l’insoddisfazione verso il sistema educativo africano, la speranza in una vita migliore. Ifemelu è una ragazza intelligente, vuole di più, ma decidendo di Chimamanda Ngozi Adichietrasferirsi, perde inevitabilmente qualcosa di grande, il suo Obinze, che le prometterà di seguirla presto; ma quando Ifemelu arriva negli Stati Uniti, scopre una realtà completamente diversa da quell’idea di America – costruita leggendo tanta letteratura – che Obinze adorava. Si rende conto che i giovani nigeriani istruiti vivono nel falso mito di una Manhattan dorata, accogliente, dove si può essere chi si desidera. Inzialmente Ifemelu cerca di assimilarsi alla nuova società, all’idea (una matassa di pregiudizi) di donna di colore che gli Stati Uniti hanno in mente per lei. Scopre che in America la magrezza eccessiva è un valore, e che all’affermazione «Sei dimagrita!» va risposto «Grazie» – laddove in Nigeria la perdita di peso verrebbe considerata mancanza di salute. La nostra usa delle lozioni speciali per rendere (inutilmente) la capigliatura liscia (della questione capelli, che torneranno inesorabilmente afro, parleremo tra poco), cambia il suo accento cercando di americanizzarlo. E si stupisce di come sia facile studiare in America, di come si possano passare i test con voti alti, ripetere gli esami andati male, commentare fatti senza in realtà dire nulla.
L’autrice ha dichiarato di voler  indagare su «come si impara ad essere neri in America». E il romanzo scava molto a fondo, c’è La Solitudine dell’immigrato, la paura dei bianchi americani persino della parola nero, come se fosse un’offesa. La Adichie racconta, attraverso l’esperienza di Ifemelu, l’umiliazione di vedersi trattati come una cosa inanimata (la ragazza arriva quasi alla prostituzione); sentimenti che non appartengono solo al confine americano, ma che ci riguardano tutti, ovunque, oggi più che mai. Anche l’amato Obinze lascerà l’Africa per Londra, inseguendo l’illusione di un’ Europa-Arcadia pronta a offrire tante possibilità, e come la sua Ifemelu dovrà scontrarsi con una durissima realtà.
Americanah è un libro prezioso e necessario che sradica molti pregiudizi. Bret Easton Ellis lo ha definito essenzile, Zadie Smith è rimasta colpita dalla «nitidezza della prosa. Non sembrano esserci barriere tra il lettore e i personaggi».
L’odio basato sulla diversità è un male banale: non ha motivazioni, deriva da un’ottusa, ostinata ignoranza e la Adichie ci racconta tutto questo senza retorici sermoni, semplicemente osservando Ifemelu alla ricerca della propria identità. E qui veniamo ai capelli. Sì, sì,  proprio i capelli rivestono un ruolo fondamentale nel romanzo. La prima immagine che abbiamo di Ifemelu è  mentre si reca a farsi fare le treccine afro da due donne, una senegalese e l’altra maliana. E nelle prime pagine porta con sé già un senso di disagio, di difficoltà: la protagonista deve percorrere un lungo tragitto per acconciarsi i capelli come desidera, e le donne africane che l’accolgono non riescono a suscitare quell’empatia che immaginiamo si possa stabilire solo perché sono africane.
L’autrice fa luce anche su un aspetto interessante: l’eccessiva idealizzazione di alcuni afroamericani nei confronti della terra madre, di cui Ifemelu conosce le contraddizioni. Ifemelu e Obinze peraltro sono un tipo diverso di immigrati: istruiti, intellettuali, ambiziosi, ma questo non li affranca dall’essere vittime di pregiudizio razziale né in America né in Europa.

americana 2Americanah è un romanzo commovente, con una sua visione vera dell’american life. Lo stile tradizionale, chiaro della Adichie (ho letto la versione originale) si concentra sul contenuto. Scelta che vuole privilegiare la sostanza, i personaggi e la trama senza avventurarsi nella ricerca stilistica che, come ha spiegato la scrittrice al NYT, distrarrebbe dall’argomento del libro.
Chimamanda Ngozi Adichie,  è nata in Nigeria e ha vissuto per tredici anni negli Stati Uniti. Americanah è il suo terzo romanzo; Brad Pitt ne ha comprato i diritti cinematografici e produrrà il film con protagonista Lupita Nyong.

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Anteprima: ‘Nel mondo a venire’ di Ben Lerner

5088-3Titolo: Nel mondo a venire
Titolo originale
: 10:04
Traduttore: Martina Testa
Autore: Ben Lerner
Data di uscita: 2015, Sellerio
Genere: Romanzo
Pagine: 300
Prezzo: 16, euro

E partiamo dal titolo di questo secondo romanzo di Ben Lerner, pubblicato il 2 settembre in America (con furor di critica), che uscirà in Italia nel 2015 per Sellerio (intanto,  qui potete leggere la bella recensione di Cristiano De Majo su Rivista Studio).
Dicevamo? Ah sì, il curioso titolo originale – 10:04 – ispirato al film, diretto da Robert Zemeckis nel 1985, Ritorno al Futuro. Non a caso si tratta di un orario perchè in questo romanzo la cronologia è tutto. Nello specifico, nel #filmcampionedincassi le lancette dell’orologio di Hill Valley sono ferme alle 10 & quattro minuti da decenni a causa di un fulmine; e quella è anche l’ora esatta in cui Marty McFly/Michael J. Fox può viaggiare nel tempo sulla sua DeLorain trasformata in Time Machine da Doc/Christopher Lloyd, il bizzarro scienziato con i capelli che sembrano zucchero filato. E Ritorno al futuro è uno dei film preferiti del protagonista del libro, ovvero Ben Lerner in una versione fictional di sé. Vi vedo già esclamare: «Nulla di strano, del resto Un uomo di passaggio, il primo libro di Ben Lerner – poeta e saggista con all’attivo tre raccolte di poesia – era autobiobrafico, peraltro è stato accolto favorelvolemente dalla critica che gli ha conferito anche un Believer Book Award nel 2012, e gli ha garantito la stima di molti suoi contemporanei tra i quali Sheila Heti, Geoff Dyer e Jonathan Franzen!». Be’, sappiate che Il mondo a venire, ma io preferisco 10:04,  vi stupirà. Non è un’autobiografia. E non è neanche un romanzo.

Back to the Future, di Robert Zemeckis

Back to the Future, di Robert Zemeckis

Immaginate un libro sospeso a metà tra fiction e nonfiction in cui fatti realmente accaduti, come le tempeste che si sono abbattute su New York di recente o un soggiorno in una residenza per scrittori in Texas (la splendida Chinati Foundation a Marfa, dove il protagonista soggiorna, scrive poesie e sperimenta con qualche sostanza psicoattiva), si fondono con l’invenzione.

– Ma qual è , allora, il confine in questo romanzo in cui il flusso di pensieri del protagonista ci fa vagare amabilmente in una vita fatta di incertezze sentimentali, relazioni platoniche o sessuali belle incasinate, un romanzo – che poi è quello che leggiamo –  in fase di produzione, splendide gallerie d’arte a New York, agenti che ti pagano favolosi pranzi a base di polipetti massaggiati fino alla morte? Ecco, be’… nessun confine.
– …
– No, davvero. Dico sul serio. Impossibile tracciare un confine in questo eperimento ottimamente riuscito di metafiction. Perchè la cosa interessante è ciò che si muove attorno a quell’indefinibile confine.
10:04  è un libro sul ricordo e sulla scrittura e Ben Lerner ha scelto di non seguire una trama canonica e neanche un genere, ma di oscillare tra realtà e immaginazione. E tutto 104oscilla nel libro: New York vive nella paura dell’imminente tempesta (ne affronta due nel romanzo), la migliore amica dell’autore gli chiede di fare un figlio insieme (ma con l’inseminazione artificiale) senza però diventare una coppia. La sua salute è incerta, le luci della città tremolano, l’incertezza regna sovrana. E il tempo sembra dilatarsi nell’attesa. Ecco, un’altra cosa interessante del romanzo è proprio la flessibilità del tempo, che diventa una materia plasmabile. In 10:04 ci sono continui salti temporali: inizialmente ci troviamo seduti a parlare con l’agente di Ben Lerner che gli promette un contratto a sei cifre (ah, se penso al mio striminzito Modello Unico …!), poi in un ospedale, il celebre Mount Sinai, nel quale all’autore viene diagnosticata una grave patologia. In seguito, finiamo di nuovo nel ristorante di Chelsea a parlare del libro in uscita, poi facciamo un salto all’epoca Reganiana per scoprire un commovente discorso del Presidente (scritto da Peggy Noonan) dopo l’esplosione del Challenger nel 1986, (lo shuttle ospitava tra gli atronauti una professoressa destinata purtroppo a non entrare mai nello spazio) e che indusse l’autore – allora settenne – a diventare un poeta.

Ben Lerner al Metropolitan Museum di New York

Ben Lerner al Metropolitan Museum di New York

Immaginazione e memoria, dunque, oscillano nell’esistenza dell’autore protagonista e nulla sembra essere definito, né completamente afferrabile: la sua migliore amica che non si innamora di lui, i ricordi intermittenti, la carriera di scrittore e, per l’appunto, lo scorrere del Tempo. The Clock è l’installazione di Christian Marclay citata nel romanzo, che ha ispirato il titolo del libro – insieme al film di Robert Zemeckis. Si tratta di un’opera che mostra l’ora 24 ore su 24 tramite un lungo video ottenuto montando clip da film, trasmissioni televisive, orologi, gente che ci dice che ora è esattamente nel momento preciso in cui l’ora scocca nel mondo reale.
Insomma, proprio come il romanzo di Ben lerner, The Clock è un viaggio nel tempo passato, una sosta nel presente e un’esplorazione nel futuro (che potete ammirare qui). E 10:04 è un libro molto, ma molto interessante sulle possibilità, sulla sovrapposizione e moltiplicazione di tanti tempi futuri a nostra disposizione. Un romanzo che a mio avviso inserisce l’autore tra i Grandi Narratori Americani, scritto in una lingua poetica, con una prosa fluida e raffinata che si muove naturalmente in un territorio narrativo misterioso nel quale, ha dichiarato Ben Lerner al New York Times, “uno strappo nel tessuto di una storia lascia entrare una specie di luce”.

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‘Mi chiamavano piccolo fallimento’ di Gary Shteyngart

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Titolo: Mi chiamavano piccolo fallimento
Titolo originale: Little Failure: a Memoir
Autore: Gary Shteyngart
Traduttore: Katia Bagnoli
Editore: Guanda
Data di uscita: 4 settembre 2014
Genere: Memoir
pagine: 388
prezzo: 18 €

 

 

I’m so happy
Cause today I found my friends
They’re in my head
I’m so ugly
But that’s ok, ‘cause so are you
We’ve broke our mirrors
Sunday morning
Is everyday for all I care
And I’m not scared
Light my candles
In a daze ‘cause I’ve found god
Yeah
I’m so lonely and
That’s ok…

Nel 1991 Kurt Kobain cantava queste Cose Disperate in Lithium (bel pezzo contenuto in Nevermind), riscattando un’intera generazione di piccoli fallimenti che viveva (forse)di troppa vita interiore, subiva bullismo solo perché aveva un’aria diversa dagli altri (Kurt Cobain ne fu oggetto per tutto il liceo), aveva un aspetto un po’ crepuscolare e i capelli arruffati. Finalmente, anche gli adolescenti introspettivi, fuori dal mucchio, avevano una categoria in cui riconoscersi.
Era nato il grunge.
E allora via con le camice a scacchi, bootleg dei Pearl Jam o degli Alice in Chains, film di Cameron Crowe e il mito della piovosa Seattle; e giù a suonare la chitarra tentando improbabili accordi e lamentose cantilene da rockstar unplugged a MTV. Certo, io che frequentavo la scuola in un quartiere della Roma Bene (recentemente noto per altri fatti [scabrosi]), ho vissuto una fase un po’ più ripulita, edulcorata, fighetta del grunge (mai visto gonnelline plissettate addosso a Courtney Love). Ma questa è un’altra storia, e poi il nocciolo della questione, ovvero l’amore per la musica e il sentirsi diversi & incompresi, non cambia.

Roma

Roma, la prima città estera in cui Shteyngart soggiorna dopo aver lasciato Leningrado

In quegli stessi anni Gary Shteyngart, l’autore di questo ironico memoir Mi chiamavano piccolo fallimento, – ebreo russo emigrato a sette anni, nel 1979, negli U.S. of A. da Leningrado¹ –, frequentava il college, ascoltava Nevermind dei Nirvana, sfoggiava lunghissimi capelli neri, aveva perso il suo accento sovietico, trovato una fidanzata – Jennifer – da stringere tutta la notte, si drogava o beveva (oppure entrambe le cose) 24 ore su 24 mantenendo comunque una buona media di voti. Sì, perché Shteyngart in questo libro sì è messo a nudo e dato completamente al lettore; si è raccontato con profondità e introspezione partendo dall’infanzia sovietica, il  soggiorno a Roma², passando per l’adolescenza difficile nel Queens e in una scuola ebraica dove è più facile essere accettati come tedeschi che come immigrati sovietici. Pagina dopo pagina, impariamo a conoscere Shteyngart in ogni sfigatissimo particolare della sua vita di liceale allo Stuyvesant High School, proseguendo con il travagliato periodo universitario, fino a quando diventa uno scrittore, vive a Manhattan, e la Random House pubblica il suo primo romanzo, Il Manuale del debuttante russo, a cui fanno seguito Absurdistan e Storia d’amore vera e supertriste. 

little failureLa sua prosa, nella splendida traduzione di Katia Bagnoli, è densa di tristezza ma anche di tantissima ironia che viene dalla rabbia, dal dolore, dalla separazione dalla sua città natale; dal ritrovarsi in un mondo in cui tutto è possibile (hamburger a pochi centesimi, walkman, cannucce gratis) ma che ti percepisce come Il Nemico. Quando i tuoi genitori ti affibbiano il nomignolo ‘piccolo fallimento’ (Failurchka, una parola ibrida ottenuta mischinado un po’ di inglese e un po’ di russo), l’amore per il sarcasmo diventa l’unica arma per riuscire a sopravvivere; l’umorismo l’unico antidoto alla tristezza della dislocazione (quello ‘straniamento’che E. M. Forster ha raccontato in Passaggio in India). «Nel mio primo anno allo Stuyvesant scopro qualcosa di nuovo su di me, qualcosa che la mia famiglia non ha mai sospettato. Sono un pessimo studente».

Shteyngart scava nel profondo, fa della sua inadeguatezza la vera protagonista del memoir e ci rivela la  condizione di ragazzo sempre un po’ ai margini, come quando è all’università. Descrivendo le sue notti con Jennifer nella stanzetta che la ragazza divideva all’Oberlin college con un’amica, dice:

«Ogni volta che mi appisolo, la sofferenza della compagna di stanza di Jennifer mi sveglia e mi ricorda ciò che sono stato per gran parte della mia vita: una persona infelice che cercava di cavarsela.»

Spesso in Italia ci si chiede se il Grande romanzo Americano lo scriverà uno straniero (oppure Matthew Thomas o Ben Lerner), e sicuramente Gary Shteyngart è sulla buona strada. Ma in America non si pongono il problema, tanta buona scrittura viene ormai tradizionalmente dallo stratificarsi di diverse culture (Amy Tan, Isaac Bashevis Singer); autori come Shteyngart o Junot Diaz sono perfettamente integrati, considerati americani (con uno sprint in più), e insegnano scrittura creativa in prestigiose università.
Certo, la doppia identità russo americana comporta inizialmente scontro e dolore prima di dar vita a qualcosa di artistico. Questo memoir è  pieno di episodi imbarazzanti – l’autore ci rivela tutto, ma proprio tutto ciò che lo ha fatto soffrire –, comprese le incomprensioni con la sua famiglia, i genitori che non andavano d’accordo, nonne e zii bizzarri. E immaginate quanto sia difficile scriverne, dando  in pasto se stessi e i propri cari al mondo intero.

Gary Shteynagart

Gary Shteynagart

C’è sempre il timore della telefonata di tua madre e di tuo padre che ti chiedono: «Ma davvero ti abbiamo trattato così male? Non ti abbiamo forse dato tutto?», facendo stringerti il cuore. E non è facile neanche cambiare Paese, perché trasferirsi dall’ex unione sovietica all’America alla fine degli anni settanta significa comunque essere visto come il pericoloso estraneo settenne che approda in un paese capitalista; ma vuol dire anche perdere la propria identità culturale, la propria lingua, il proprio nome, innescando uno sdoppiamento inevitabile e perenne ricerca di sé.

Con straordinario e invidiabile senso di autoironia Gary Shteyngart ci svela come ha dovuto cambiare nome da Igor a Gary, di quanto si sentisse solo e di come la scrittura gli abbia tenuto compagnia fin da quando era bambino. E ci fa capire una cosa molto, molto rincuorante: a volte chi è diverso è semplicemente speciale e ha un talento (che nessuno vede perché è) fuori da ogni schema, come nel suo caso.
Shteyngart fa parte di una schiera di scrittori che non sono nati in America, hanno cognomi impronunciabili, hanno parlato in un’altra lingua –  senza conoscere una parola d’inglese! –  per sette, otto anni ma che sono ormai i Grandi Autori dell’Immigrazione (tipo Chimamanda Ngozi Adichie o Jhumpa Lahiri e anche Chang Rae Lee, mentore di Shteyngart e citato nel memoir). La dislocazione genera l’arte e lo spinoso cammino verso l’integrazione raccontato da Shteyngart vi commuoverà, oltre a farvi ridere tantissimo.

New York in una foto di Daniel A. Norman

New York in una foto di Daniel A. Norman

Shteyngart descrive così il suo incontro con New York:

«Arrivare in America dopo un’infanzia passata nell’Unione Sovietica equivale a precipitare da un dirupo monocromatico e atterrare in una pozza in Techincolor puro».

Sentirsi fuori posto è una condizione imprescindibile per la buona scrittura, lo scontro culturale, la tensione che ne deriva hanno da sempre generato grandi scrittori. Shteyngart nel libro cita a questo proprosito due grandi romanzieri: Nabokov e Henry Roth (Pnin e  Chiamalo sonno, sono diventati due classici della letteratura di immigrazione).

Sentite qui che bel passaggio  per riassumere il concetto:

«Ancorato al sedile posteriore con la cintura di sicurezza, con i miei genitori che si inclinano a loro vlta nella curva staccata da terra, provo le stesse emozioni che proverò quando mesi dopo mi strozzerò con la mia prima fetta di pizza americana al formaggio… euforia, entusiasmo viscerale, ma anche paura».

N. 8 di Mark Rothko, artista ebreo russo emigrato a New York

N. 8, 1952 di Mark Rothko, artista ebreo russo emigrato a New York

Molti bei libri nascono dall’irrequietezza e il conforto della letteratura è che quei sentimenti che sembrano solo distruggerci, a volte sono in grado di trasformarsi in qualcosa di creativo. Shteyngart sottolinea che nonostante la sua vita sia stata un bel po’ incasinata, una costante è rimasta sempre lì a consolarlo: l’amore per la scrittura che non l’abbandona neanche quando era triste, strafatto e con il cuore a pezzi. Ma attenzione, lo scrittore mantiene sempre una posizione sarcastica e dissacrante: gustossissimi i passaggi in cui tenta di suscitare un qualche interesse nella sua sexy insegnante di scrittura creativa, fedele discepola di Gordon Lish (editor di Raymond Carver): «Desiderlo ardentemente piacerle. Così comincio a scrivere nello stile conciso, indecifrabile e merdosamente criptico che Gordon Lish, chissà dove a Manhattan, evidentemente pretende da me».

Mi chiamavano piccolo fallimento è un libro divertente e tenero che ha trovato posto nel mio cuore e spero lo troverà anche nel vostro. L’ironia, concordo con l’autore, ci salva dalle intermittenze del mondo (andiamo, come sentirsi sicuri in un mondo in cui la gente viene decapitata in tv?), e quindi per dirla con Shteyngart: «Le persone che pensano che la letteratura dovrebbe essere seria – che dovrebbe fare da progetto per un razzo che non decollerà mai – sono nel migliore dei casi malevole, nel peggiore antisemite».
Divertentissimo anche il booktrailer con guest star come Jonathan Franzen e James Franco: http://www.youtube.com/watch?v=ROG8zEKf_6k

Nota ¹: Oggi, 18 settembre 2014, San Pietroburgo.
Nota ²: Shteyngart ama L’Italia, e Roma in particolare. Prima di emigrare negli Stati Uniti ha vissuto in uno «squallido appartamento a Ostia», come racconta nel libro. «Appena raggiungiamo l’Italia diventiamo persone diverse (non succede a tutti?)».

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