Tradurre il romanzo di genere: “Le conseguenze dell’odio” di Elizabeth George

E. George

La scorsa estate ho avuto l’enorme piacere di tradurre Le conseguenze dell’odio, l’ultimo libro di Elizabeth George (edito da Longanesi, in libreria dal 5 novembre) insieme alla preziosissima Annamaria Biavasco. Questa volta l’ispettore Thomas Lynley – protagonista di numerosi romanzi dell’autrice da cui la BBC ha tratto una serie – e i suoi colleghi di New Scotland Yard tra cui il sergente Barbara Havers, indaga sull’omicidio di una scrittrice e femminista inglese.

Non voglio aggiungere nulla sulla trama e sulle sconcertanti scoperte che le indagini porteranno alla luce, smascherando torbidi e morbosi segreti nascosti dietro l’apparente vita tranquilla della campagna del Dorset. La mia è invece una riflessione sulla traduzione del romanzo di genere e su alcuni dilemmi con i quali ci confrontiamo davanti a un testo di questo tipo.

Primo scoglio: le ripetizioni. Molto spesso gli autori di lingua inglese usano «he/she said» alla fine di ogni frase, andando avanti per pagine intere. Loro possono. Noi, no. Anche se nel caso di Carver o Hemingway sono scelte stilistiche da rispettare, in italiano la ripetizione eccessiva risulta fastidiosa nel caso di un romanzo giallo. Perciò mi sono armata di una lista di sinonimi e verbi che potessero non stancare il lettore, seguire l’intenzione originale dell’autrice e sfruttare la ricchezza di vocaboli che ci offre la nostra lingua: domandò, ripeté, proruppe, continuò, annunciò, fece, aggiunse sono verbi, anzi, ferri del mestiere di grandissimo aiuto. Lo stesso vale per gli avverbi. Anche se inizialmente viene spontaneo usare cose tipo innocentemente, solennemente, insistentemente, rileggendo mi accorgo sempre che è davvero brutto; meglio optare per: con aria solenne, in modo innocente, con aria severa, cercando di variare il più possibile – come suggerisce Stephen King in On Writing, gli avverbi spesso non sono nostri amici.

Seconda considerazione: le vicende dell’ispettore sono ambientate in Inghilterra e sebbene la George sia americana usa espressioni british in abbondanza per caratterizzare i personaggi. Traducendo, però, dobbiamo trovare una parola che indichi oggetti, festività, o anche cibo tipicamente inglese per cui non c’è una definizione breve e unica. Un esempio su tutti è il sandwich preferito di Barbara Havers, il cheap butty: un panino con il burro, patatine fritte bollenti, ketchup e HP, ossia una salsa simile al sugo dell’arrosto (leggero, no?). Il mio dubbio, aggravato dai cinquanta gradi di luglio e dai tempi stretti di consegna, era: lo lascio in inglese dando per scontato che i lettori cerchino il termine su internet se non hanno mai avuto il piacere di occludere le loro arterie con i grassi saturi di un cheap butty, oppure lo traduco? Alla fine ho optato per la seconda scelta, anche se risulta un po’ lunga, e ho tradotto con panino alle patatine fritte. Altre espressioni tipiche inglesi (a parte bloody hell per cui possiamo usare un bel porca miseria) sono, ad esempio, ʺso there’s thatʺ che a volte si può tradurre con: considera che, ecco qualcosa su cui riflettere, bisogna considerare questo. Mentre ʺthere’s thatʺ si può rendere con: appunto, esatto.

Un altro ostacolo è quando, come in questo romanzo, uno dei personaggi riceve una lettera che in originale è scritta in un inglese sgrammaticato. Cosa fare? In questo caso, ho scelto di renderla in un italiano sgrammaticato. In fondo, il patto lettore-autore-traduttore implica che i personaggi stiano parlando la stessa lingua, dunque mi sembrava che lasciarla in inglese avrebbe interrotto questo comune accordo con i lettori.

Terza difficoltà: i verbi. Gli autori anglofoni possono narrare fatti antecedenti al racconto usando solo e sempre il simple past, noi a volte abbiamo bisogno del trapassato remoto. Il problema è che rischia di appesantire un po’ la lettura. In questo caso le scelte sono due. La prima è quella di iniziare con il trapassato remoto per far capire che parliamo di un avvenimento precedente alla narrazione e poi continuare con il passato remoto, soprattutto se ci sono dei dialoghi e se il flashback in questione dura diverse pagine. Se si tratta invece di una pagina si può scegliere di usare il trapassato remoto e tornare al passato remoto solo quando il racconto del flashback è terminato.

Il fatto è che non esiste una regola. È una questione di leggerezza, fluidità e soprattutto di musicalità del testo. Molto spesso ci vogliono giorni e notti a rimuginare, ore a ripetere pagine a voce alta per decidere cosa fare. In Le conseguenze dell’odio ho scelto di usare il trapassato anche per un paio di pagine in quei punti in cui l’uso del passato remoto confondeva un po’ e non lasciava capire in che successione erano accaduti gli avvenimenti. 

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